Tutto in un Sorso 2019

Contavo i giorni, giuro. Quando stai tanto bene in un posto, quando conosci gente tosta, quando riesci a portarti a casa qualcosa di bello, di importante, qualcosa da conservare, non vedi l'ora di tornarci, in quel posto lì. Il posto in questione in realtà non è proprio un posto, ma una festa, anche se della festa non ha l'effimero, perché - credimi - te la porti dietro, dentro. Il luogo fisico nel quale si tiene è nientepopòdimeno che la splendida (e benpensante) Montalcino, una delle capitali mondiali del vino, precisamente negli spazi del chiostro di Sant’Agostino, gestiti dall’OCRA (Officina creativa dell’abitare). L'edizione 2018 fu rivelatoria, e quindi eccolo di nuovo qua, l'Indigeno, ad imparare, a chiedere, a bere insieme a questi cinquanta vignaioli artigiani o naturali o di territorio, come preferite. Vignaioli amici venuti da tutta Europa (Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Slovenia, Georgia, Germania) per stare insieme, alla faccia dei confini e di chi li vede (o vorrebbe vederli).

E per sottolineare una volta di più lo spirito di questa festa voglio raccontare di Marco Arturi, organizzatore compagno e pimpatore smoderato del mio hype, che se ne va a zonzo per il cortile a parlare e conoscere ed intrattenersi con tutti gli appassionati presenti, uno ad uno, dice prendete, e bevetene tutti, fate come foste a casa vostra. Ci eravamo presentati l'anno scorso, lo abbiamo rifatto anche quest'anno. Poco male se non si ricorda di me, che indosso la maschera meschina dell'anonimato. Se non è accoglienza questa…



Ora bando alle ciance, che qualcuno pretende ancora che si parli di vino e di vini, di bottiglie ed etichette, di affinamenti e solforose e profumi e olezzi, e giuro che mi ci sono applicato, fino a che il dionisiaco non ha preso il sopravvento.


QUALCHE ASSAGGIO


'A vita (Cirò marina, Calabria): desideravo da tempo conoscere Francesco De Franco, per quello che ha dato ad un territorio e ad un vino fantastici e ancora di più perché, guardando dei video di lui, ho scorto una persona perbene, cosa che - sembrerà strano - desta in me grande fascinazione. Questa mia impressione ha trovato conferma di fronte ad un uomo riservato e gentile, disponibile e di grande sensibilità. Sensibilità che si ritrova anche nei suoi vini. Ne è un esempio la sua interpretazione di Cirò in rosa, fatta di consapevolezza e rispetto dell'uva, della terra, della cultura e della tavola. Eccezionale poi il suo Cirò Rosso Riserva, vigna vecchia, lunghe macerazioni, colore pallido e fisico bronzeo, salmastro, mediterraneo, tannino bestiale e acidità dirompente, e poi...poi succede che tutti questi attributi, a tratti pungenti, li ritrovi a danzare fra loro in un equilibrio che sembra eterno. La bocca diventa un elegante salotto dall'atmosfera ovattata. Ho deciso, si va a Cirò.


Mas Zenitude (Languedoc, Francia): siamo nella Linguadoca (Languedoc, ma che bello chiamarla così!), costa meridionale francese. Erik Gabrielsson, personaggio mitico di cui mi ero già invaghito ai tempi, lontani persi nel tempo, dei miei grandi investimenti su Tannico. I suoi vini uno dei miei primi acquisti sulla piattaforma, uno dei pochi non ripudiati, ovviamente ancora lì in cantina ad aspettare. Dannato feticismo. Mi colpì la cera da architetto minimalista, il cognome scandinavo, le grafiche pulite, i tini brutalisti in nudo cemento. Sorprendente il Vent D'Anges 2015, Carignan in purezza al quale le viti secolari conferiscono uno spessore eccezionale. Vino di grande eleganza, dalla complessità stratificata, balsamico e scuro, ferro e piuma.


Quinta da Serradinha (Encostas D'Aire, Portogallo): è stato un vero piacere conoscere Antònio, uomo affabile e discreto, sincero. Primo assaggio portoghese della mia vita indigena: non so dirvi esattamente come me li aspettassi i vini portoghesi, ma sicuramente diversi da come li ho trovati. Forse più dolci, più carichi, meno deliziosi. Beata dannata ignoranza. Ho trovato invece vini freschissimi, salati, golosi, caratterizzati dall’influenza dell’Atlantico. Uno in particolare: il Vinho Tinto 2015 Vinhas Velhas, da vigne vecchie appunto, impasto di tutti i vitigni presenti (Baga, Castelao, Touriga Nacional, Alfrocheiro), pura autenticità liquida. Note vegetali e frutta rossa fresca, alterna tratti selvatici a tocchi raffinati, acidità e sapidità debordanti e tannino delicatissimo. Un vero vino da tavola. Ah, dimenticavo: gradazioni alcoliche quasi sempre sotto i 12°, ci credete?


La Distesa (Cupramontana, Marche): tappa immancabile da Corrado e Valeria, gli unici marchigiani della manifestazione, i marchigiani meno marchigiani che conosco. In degustazione c’è anche il loro capolavoro in bianco, Gli Eremi. Verdicchio in purezza e neanche a dirlo il Verdicchio meno Verdicchio che ci sia, ma sappiamo bene che questo a Corrado non importa poi molto, e tantomeno a noi che possiamo godere di questa 2017 venuta fuori alla grande da un’annata scellerata, con tutte le curve al posto giusto ed una verve fatta di sale. Prova costume superata per il Nocenzio ’18, rosso fresco e brillante, estivo e - forse - definitivo.


Stefano Amerighi (Cortona, Toscana): Stefano Amerighi si trova probabilmente in quella rarefatta compagine di uomini non comuni, in grado di sedurti all’istante, per modi, aspetto, carisma. Forse perché trasmette serenità, tipicamente bio(-dinamica), dando l’impressione di avere una profonda consapevolezza delle cose, di avere un qualcosa in più. Ed i suoi vini, le sue Syrah, riflettono perfettamente tutto questo: vini di sensibilità, in possesso di equilibrio e cordinazione sconvolgenti. Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non l’hai bevuto già.


Champagne Tarlant (Œuilly x Marne, Francia): i venti minuti migliori della giornata. Può succedere quando bevi Champagne. La situazione può essere ulteriormente migliorata se a versartelo è la magnifica Mèlanie Tarlant, concentrato di sciccheria e simpatia. Un vino fra tutti? Aerienne 2004, Chardonnay e Pinot Noir, 10 anni sui lieviti, miele e iodio, corpo e tensione, mineralità infinita e texture treddì. Volete sapere altro? "Io faccio Champagne." (cit.)


Rinaldi (Barolo, Piemonte): quanto è rock Marta, con i suoi occhiali neri, che sversa Baroli come riff di chitarra? Il Brunate '15 fa già intravedere tutto il suo valore, benché giovanissimo: potente e gentile, dai tannini di seta. La dice lunga l'espressione del Golem, mio compagno di viaggio: primo assaggio di Rinaldi e conseguente epifania.


Pranzegg (Campiglio, Alto Adige): Martin Gojer è sicuramente un uomo di territorio. Pieni nudi, carattere arcigno, ironia affilata: interessante e sfidante farci i conti al banchetto. Valorizza il territorio ed interpreta le uve seguendo la sua via, audace e libera. Il GT ne è la prova: espressione unica di Gewurztraminer, per nulla uguale a quello cui siamo abituati, profumatissimo ed un po' seccante. La macerazione gli fa bene, lo rende più maschile, più serio, direi quasi più autorevole. Riconoscibilissimo il Litchi, poi le spezie, ed una sensazione minerale entusiasmante. E' il vino che porterei con me per sparigliare le carte e far crollare certezze.

Aldo Viola (Alcamo, Sicilia): amo Aldo Viola ed i suoi vini, avergli fatto visita direttamente a casa sua, mentre ninnava le sue creazioni in fermentazione, è stato uno dei più importanti check-point per questa mia passione. Amo tutte le persone come lui, in grado di portarti dove credevi di non poter arrivare. La sua T-shirt è un manifesto di sé, il malandrino: non un mascalzone - ci mancherebbe - ma la simpatica canaglia, l'estro, la vivacità, il carisma, il magnetismo. La suggestione offerta dalle sue bottiglie, che non sono solo vini ma macchine del teletrasporto. Direzione Alcamo. Magnifico il Saignee, un rosso leggero e spensierato, succoso, saporito e verace, da tracannare. Poi tutte le potenzialità del Catarratto nella sua terra d'elezione: lo Shiva è un vino che fatico a descrivere, per me davvero prodigioso, vino autentico e libero, una rovesciata all'incrocio, una follia scolpita nel sale da Willy Wonka. 
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.


Ocro's Wines / Artanuli Gvino - GOGO wine (Georgia): sperimentare ogni giorno della propria vita le sensazioni elargite da stimoli nuovi, a questo dovrebbe ambire un uomo. Stimoli da un mondo lontano. Voglio sapere di più della Georgia, delle sue genti venute da est. Dei suoi vitigni dai nomi impronunciabili, dei vini che ne derivano. Vini nuovi, vini vecchi. Vini ancestrali capaci di mandare in pezzi le frontiere della mia indigena immaginazione. Il Sister's wines (Kisi) di John Ocro, l'ambra, il ferro, la forza, la finezza, l'energia dirompente. Il Saperavi di Kakha e Ketevan Berishvili, il vino più impenetrabile che abbia mai visto, capace di macchiare il vetro, di attaccarsi ai denti, Amaterasu liquido.



QUALCHE ALTRO ASSAGGIO

Raboso Colfondo - Casa Belfi (Marca Trevigiana, Veneto): rosso rifermentato in bottiglia, vino contadino senza vie di mezzo, tannico, vinoso, sapido, freschissimo, esuberante e grintoso.

"Miniere" Greco di Tufo - Cantine dell'Angelo (Tufo, Campania): i minerali nel terreno non influiscono sui sentori del vino, dice. Greco coltivato su miniere di zolfo, e mica si avverte nel vino, va là. Sembra solamente di sorseggiare dell'ottimo Greco di Tufo immersi in una vasca termale con il naso fra i capelli di ginestra della mia amata indigena. Quel cristallo giallo fosforescente, che sembra quasi finto, oggi come allora è l'oro di Tufo.

Scapigliato - Calafata (Lucca, Toscana): viene proposto come "vino da merenda", da bere leggermente fresco e in buona compagnia. Tutto qui, e scusate se è poco. Ciliegiolo, Aleatico ed altre varietà rosse, a metà strada tra il rosso ed il rosato, poco alcol e pochi tannini, profumi freschissimi e beva clamorosa.

"Alberello" Rosso di Montalcino - Fonterenza (Montalcino, Toscana): la foto ritrae il Brunello 2009, ma questa avevo. Vino della madonna, per carità, ma ammetto che mentre lo bevevo ancora pensavo all'Alberello, così dannatamente vibrante in ogni sua nota. Che personalità!



QUALCHE CONSIDERAZIONE

L'indigeno, che è uomo di scienza e scettico all'inverosimile ancor prima che beone, aveva sempre dubitato della secolare congiuntura solfiti/mal di testa. E probabilmente non fosse stato per quella sbornia colossale di appena una settimana prima, con vinaccio da osteria chiamato nel gergo dei primi uomini "bisolfito", non ne avrebbe nemmeno preso coscienza. Ed eccolo lì, inattaccabile, il responso dell'esperienza empirica, al risveglio: un fresco e bellissimo fiore. Sarà mica che questi vini naturali, genuini, davvero non fanno male alla testa? Magra consolazione dato che l'alcol è veleno di quelli buoni, ma comunque consolatoria per chi naviga stabilmente negli -enta.

Ringrazio ancora gli ideatori Marco Arturi e Francesca Padovani e tutti quelli che hanno contribuito alla concretizzazione di questo capolavoro, che - scusate se è poco - in due anni è riuscito a coinvolgere e riunire praticamente tutti quei vignaioli che rappresentano l'anima indipendente ed anarchica della cultura del vino in Italia. Una festa speciale e dal potere squisitamente eversivo che, per la nitida assoluta libertà emotiva negli slanci di qualcuno, ha assunto, a tratti, i lineamenti del baccanale.
E' questo il Vino che ci piace: quello che libera, disinibisce ed unisce, che accoglie.


                                                                                                                             l'Indigeno Marchigiano











Commenti

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